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La metafora ci allontana continuamente dal senso, nega ogni certezza, per cui possiamo considerarla soltanto portatrice di nostalgia.

Abitare la distanza è quello che apporta il malinconico Rembrandt e che rende comprensibile il surrealismo pittorico.

Come dice l’autore di questo libro la società non sa che farsene della filosofia, ma gli individui sono creature filosofiche costrette a celare gli appetiti del Tu.

Se Lezioni di anatomia di Rembrandt ci spiegano il nostro corpo che pensa, il suo racchiudersi in “cosa detta” non è il “Fiore della bocca” di Heidegger, ma è un rimando all’immagine, unica forma metaforica ancora creatrice e significativa.

C’è qualcosa di particolare nel rinvio all’ultimo respiro che i filosofi si peritano di emettere. Nell’ultimo Heidegger la metafora s’avvia verso le “cose”, anche se queste sono nozioni filosofiche indefinite. Il Rembrandt anziano, non riesce a smarrire la sua ambiguità, lo stesso per il vecchio Rovatti. Nella sua scrittura egli si nasconde e si inabissa, per poi emergere, dopo lungo percorso, come “vuoto ontologico”.

Per questi filosofi, tutti e tre, la metafora è un viaggio al di là della visione.

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